Luca Buonopane

  Pensiero Critico e Orizzonti Possibili

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Le crepe del Panopticon Perché il controllo non riesce a cancellare la libertà umana

07-06-2026 15:56

Luca Buonopane

Modernità Mito Cultura,

Le crepe del Panopticon Perché il controllo non riesce a cancellare la libertà umana

Il potere moderno ci controlla dall'interno, ma il Panopticon non è onnipotente. Un viaggio tra Foucault, Chomsky e Simone Weil per scoprire le crepe del contro

 

 

C'è un momento, nella giornata di ciascuno di noi, in cui ci fermiamo prima di dire qualcosa. Non perché qualcuno ci abbia intimato di tacere, non perché una legge lo vieti o una minaccia ci sovrasti. Ci fermiamo e basta, con una specie di riflesso che non abbiamo mai deciso di coltivare ma che è lì, puntuale, come un filtro interposto tra il pensiero e la parola. È un gesto minuscolo, quasi impercettibile — eppure se ci si ferma a guardarlo, se si ha la pazienza e la disposizione a prenderlo sul serio, quel gesto rivela qualcosa di enorme sulla natura del potere nelle società contemporanee. Rivela che il controllo più efficace non è quello che si vede, non è quello che lascia segni sul corpo o che si manifesta come costrizione esplicita. Il controllo più efficace è quello che si è già trasferito dentro di noi, che abita i nostri riflessi, che parla con la nostra voce.

Michel Foucault ha dato un nome a questo meccanismo. Lo ha chiamato Panopticon.

 

Il potere che non ha bisogno di guardarti

 

Quando ho letto Sorvegliare e punire per la prima volta, ho avuto la sensazione di quelle letture che lasciano un prima e un dopo — non perché ti dicano qualcosa di completamente nuovo, ma perché danno forma e linguaggio a qualcosa che sentivi già, confusamente, senza riuscire a nominarlo. Foucault parte da un'analisi storica apparentemente circoscritta: la trasformazione dei sistemi punitivi in Occidente tra il Settecento e l'Ottocento. Ma quello che emerge da quella analisi è molto più vasto e molto più inquietante di una storia delle prigioni.

La tesi di fondo è questa: le società moderne non esercitano il potere principalmente attraverso la violenza o la coercizione fisica. Lo esercitano attraverso la normalizzazione — un processo sottile, capillare, continuo, che non punisce l'eccezione ma produce la norma. Non ti incatenano: ti formano. Non ti tolgono la libertà di muoverti: ti insegnano a muoverti in certi modi e non in altri, a desiderare certe cose e non altre, a considerare certi pensieri naturali e certi altri impensabili. Il risultato è una forma di controllo enormemente più efficiente della violenza, perché non richiede sorveglianza costante — richiede solo che il sorvegliato abbia interiorizzato lo sguardo del sorvegliante.

È qui che entra il Panopticon. Jeremy Bentham, filosofo e riformatore sociale del Settecento, aveva progettato una prigione circolare in cui le celle erano tutte visibili da una torre centrale, mentre i detenuti non potevano mai sapere se in quel momento qualcuno li stesse osservando. L'effetto era, nelle parole di Bentham stesso, quello di produrre nell'animo del prigioniero la sensazione di essere visto anche quando non lo è — e dunque di comportarsi come se lo fosse sempre. Il potere non doveva più essere esercitato in modo continuo: bastava che fosse credibile, possibile, sempre potenzialmente presente. La sorveglianza reale poteva allentarsi perché quella immaginata avrebbe fatto il suo lavoro.

Foucault vede in questa architettura non una curiosità storica ma il modello di funzionamento della modernità intera. La scuola che non punisce il ribelle ma premia il conforme, producendo così l'idea che la conformità sia la condizione naturale dell'essere umano. L'ospedale che definisce cosa è salute e cosa è malattia, stabilendo così i confini del corpo normale. I media che non impongono opinioni ma costruiscono il perimetro di ciò che è pensabile, relegando tutto il resto nella categoria del bizzarro, dell'estremista, dell'irrilevante. Istituzioni diverse, stesso principio: non la forza, ma la norma. Non la punizione, ma la formazione.

E insieme a questa analisi delle istituzioni, una riflessione sul linguaggio che ho trovato, quando l'ho incontrata, di una lucidità quasi dolorosa. Il linguaggio non è uno strumento neutro attraverso cui descriviamo la realtà — è uno strumento di potere. Ogni discorso stabilisce cosa è dicibile e cosa non lo è, chi ha il diritto di parlare con autorità e chi deve accontentarsi di essere ascoltato con condiscendenza, cosa appartiene al campo della serietà e cosa può essere liquidato come follia o ingenuità. Il potere non solo sorveglia: parla. E parlando, costruisce il reale. Costruisce ciò che esiste e ciò che non può esistere, ciò che conta e ciò che è invisibile.

Devo molto a questa visione. Mi ha cambiato il modo di leggere le istituzioni, i media, i discorsi pubblici. Mi ha dato strumenti per capire meccanismi che altrimenti sarebbero rimasti opachi. Ed è per questo che mi è costato qualcosa ammettere, col tempo, che quella visione aveva un limite — un limite serio, che non riguarda l'analisi storica, che regge, ma riguarda l'immagine dell'essere umano che ne emerge.

 

La prigione senza uscita

 

Il problema con Foucault — o almeno con una certa lettura di Foucault, quella che si è sedimentata in molta cultura critica contemporanea — è che il sistema è troppo perfetto. Tutto è potere, tutto è discorso, tutto è costruzione. I desideri che credi tuoi sono stati prodotti da meccanismi che non controlli. Le parole con cui pensi di resistere sono già state previste e verranno reintegrate. La tua identità è un effetto di pratiche discorsive che ti precedono e ti eccedono. Non c'è un "dentro" che preceda il sistema, non c'è una natura che si sottragga alla costruzione storica — c'è solo il dispositivo, che riproduce se stesso attraverso di te.

Portata alle sue conseguenze più coerenti, questa visione non libera: paralizza. E non perché sia falsa — è falsa solo in parte, e quella parte che è vera vale la pena di non dimenticarla. Ma perché una diagnosi che non lascia nessuna crepa, che chiude ogni uscita, che trasforma persino la resistenza in una mossa prevista dal potere, finisce per essere essa stessa una forma di imprigionamento — questa volta concettuale. Ti dice che il Panopticon esiste, lo descrive con precisione chirurgica, e poi non ti lascia nessun posto dove andare.

Ho cominciato a sentire questo disagio in modo crescente, e non riuscivo subito a dargli una forma precisa. Era qualcosa che riguardava l'esperienza — la mia esperienza concreta di come certi pensieri, certi sguardi, certe disposizioni interiori sembravano sfuggire, almeno in parte, a ciò che il sistema aveva cercato di depositare in me. Non perché fossi immune, non perché avessi trovato un punto di vista esterno e puro — questo sarebbe stato ingenuo. Ma perché qualcosa resisteva, ritornava, si ostinava a esistere anche dove non avrebbe dovuto.

Vivere con una disabilità ti mette, spesso senza che tu lo scelga, su percorsi obliqui rispetto a quelli che la società ha disegnato per i suoi membri conformi. Certi meccanismi di omologazione semplicemente non trovano presa, non perché tu sia più forte o più lucido, ma perché le loro superfici scivolano su una vita che non ha la forma che quei meccanismi presuppongono. E certe esperienze — quelle che ti costringono a guardare il mondo da angolazioni che gli altri non frequentano, quelle che ti insegnano che la realtà ufficiale è sempre più parziale di quanto si proclami — lasciano una sedimentazione che non è solo dolore: è anche uno sguardo. Uno sguardo che fatica a prendere le cose per come vengono date, che tende istintivamente a chiedersi cosa c'è dietro, cosa si nasconde sotto la superficie della normalità.

Poi ci sono stati vent'anni di studio — non studio come accumulazione di contenuti, non come ripetizione di ciò che altri hanno pensato, ma studio come pratica del dubbio, come esercizio quotidiano di mettere ogni cosa sotto esame, di non accontentarsi della prima risposta, di tenere aperte le domande anche quando sarebbe più comodo chiuderle. La filosofia, il diritto come sistema di giustizia e non solo come tecnica, la storia delle idee — non come oggetti da conoscere ma come strumenti per vedere meglio. E col tempo, attraverso questa pratica ripetuta giorno dopo giorno, si forma qualcosa che non è più solo un metodo: è una struttura. Un modo di stare nel mondo che non si sceglie ogni volta da capo ma che è diventato, semplicemente, il modo in cui si guarda.

Tutto questo mi ha convinto che Foucault aveva torto su un punto fondamentale. Non sull'analisi del potere — quella regge. Ma sull'essere umano. Sull'idea che nell'essere umano non ci sia nulla che preceda la costruzione sociale, nulla che resista, nulla che ritorni nonostante tutto.

 

Chomsky: la ribellione che non si può estirpare

 

Nel novembre del 1971, in uno studio televisivo olandese, Noam Chomsky e Michel Foucault si sedettero uno di fronte all'altro per discutere di natura umana, potere e giustizia. È uno di quei confronti che vale la pena di guardare non tanto per le conclusioni — che restano sospese, come deve essere in una discussione filosofica seria — ma per la qualità della divergenza. I due si capiscono perfettamente, si rispettano, e su quasi tutto sono in disaccordo.

Foucault nega l'esistenza di una natura umana nel senso sostanziale del termine. Ciò che chiamiamo natura umana è sempre già una costruzione storica, un effetto di pratiche di potere che stabiliscono cosa è umano e cosa non lo è, cosa è naturale e cosa è devianza. Usare il concetto di natura umana come fondamento per una critica del potere è pericoloso, dice Foucault, perché quel concetto è esso stesso uno strumento del potere.

Chomsky non è d'accordo. E le sue ragioni non vengono dall'idealismo ma dalla scienza — dalla linguistica, dalla psicologia cognitiva, dallo studio di come i bambini acquisiscono il linguaggio in ogni cultura e in ogni angolo del mondo. La sua tesi è che esistono strutture cognitive innate, strutture che non dipendono dall'ambiente culturale ma emergono spontaneamente nell'essere umano in quanto tale. La grammatica universale è l'esempio più studiato: ogni lingua umana, per quanto diversa nelle sue forme superficiali, condivide principi profondi che nessun bambino ha bisogno di imparare esplicitamente — li porta già con sé. E insieme a queste strutture linguistiche, Chomsky vede qualcosa di più ampio: una creatività generativa che è la caratteristica più fondamentale del linguaggio umano e, per estensione, del pensiero umano. Non siamo macchine che producono risposte a stimoli: siamo organismi che generano pensieri nuovi, combinazioni mai viste, domande che nessuno ha ancora formulato.

Da questa creatività biologicamente radicata, Chomsky fa derivare qualcosa di politicamente rilevante: un desiderio di libertà e di giustizia che non è un'acquisizione culturale ma una tendenza costitutiva dell'essere umano. Non nel senso romantico di una bontà originaria che la società corrompe — Chomsky è troppo rigoroso per questo. Ma nel senso che certi valori, certi orientamenti, certe ribellioni emergono con una costanza e una capillarità che è difficile spiegare solo attraverso la cultura. La resistenza al dominio, il senso di ingiustizia, il bisogno di partecipare attivamente alla costruzione della propria vita — questi non sono lussi ideologici sovrapposti a un animale altrimenti obbediente. Sono parte di ciò che siamo.

Per il discorso che stiamo facendo, questo significa qualcosa di preciso: il Panopticon è reale, ma non è onnipotente. Si scontra con qualcosa che non ha costruito e che non riesce del tutto a smontare. La normalizzazione funziona, ma non funziona mai del tutto — perché quello che cerca di normalizzare continua a sfuggire, a riaffiorare, a ritrovare forme nuove. La ribellione non è un'anomalia che il sistema non ha ancora previsto e reintegrato: è strutturale, è radicata nella biologia prima ancora che nella cultura, è parte di ciò che significa essere umani.

 

Weil: dove lo sguardo del potere non arriva

 

Simone Weil non ha mai scritto di Panopticon. Non ha mai letto Foucault, e probabilmente non avrebbe avuto molta pazienza per il suo stile — troppo accademico, troppo sistematico, troppo lontano dall'urgenza concreta che caratterizzava il suo modo di stare nel pensiero. Eppure, in modo del tutto indipendente, ha elaborato qualcosa che risponde a Foucault su un piano che Chomsky non tocca — non il piano della biologia o della politica, ma quello dell'anima, dell'interiorità, di ciò che accade nel profondo di una persona quando decide — o impara — a guardare in modo diverso.

Il concetto centrale di Weil, almeno per quello che ci interessa qui, è l'attenzione. Non l'attenzione come concentrazione, come sforzo volontaristico della mente verso un oggetto — quella Weil la considera quasi controproducente. L'attenzione vera è qualcosa di più simile a uno svuotamento: la capacità di sospendere i propri schemi, le proprie aspettative, i propri desideri di trovare ciò che si cerca, e di stare davanti alla realtà lasciandola essere quello che è. È un atto che richiede una forma peculiare di coraggio — non il coraggio dell'affermazione, ma il coraggio del silenzio, dell'attesa, della disponibilità a essere sorpresi da qualcosa che non avevi previsto.

Questa attenzione, per Weil, non è solo una virtù intellettuale o spirituale — è anche una forma di libertà. E una forma di libertà molto particolare, perché è esattamente quella che il Panopticon non riesce a sorvegliare. Lo sguardo del potere ha bisogno di qualcosa da guardare — ha bisogno che tu ti esibisca, che tu produca, che tu desideri cose misurabili, che tu esprima posizioni classificabili. Chi pratica l'attenzione nel senso di Weil si sottrae a tutto questo non con un gesto di ribellione esplicita — che il sistema sarebbe perfettamente in grado di gestire — ma con qualcosa di più sottile: semplicemente non è lì dove il sistema si aspetta di trovarlo. Non chiede di essere visto. Non richiede riconoscimento. Non compete per nessuno dei premi che il sistema distribuisce per tenerci dentro il recinto.

C'è un termine che Weil usa e che trovo di una profondità straordinaria: décréation. Non è distruzione di sé — è qualcosa di più preciso e più difficile da descrivere. È il progressivo alleggerimento di tutto ciò che in noi è costruzione, maschera, personaggio sociale, identità acquisita per sopravvivere o per essere amati o per avere un posto nel mondo. Non per annullarsi — ma per fare spazio a qualcosa di più vero, di più proprio, di meno contaminato da ciò che il sistema ha depositato in noi senza chiederci il permesso.

Letto in questa chiave, Weil non è una mistica lontana dall'esperienza concreta — è una guida pratica su come sottrarsi, dall'interno, alla logica del Panopticon. Non con la rivolta, ma con la coltivazione paziente di uno spazio interiore che il potere non riesce a colonizzare perché non riesce nemmeno a vederlo.

 

Le prassi liberatrici: come si tiene aperta una crepa

 

Arriviamo al punto che mi sta più a cuore, e che è anche il più difficile da trattare senza cadere nella retorica o nell'ingenuità. Perché è facile dire che la libertà è possibile, che la natura umana resiste, che l'attenzione ci sottrae al controllo — ma poi bisogna chiedersi: concretamente, nella vita quotidiana di una persona, cosa significa tutto questo? Come si traduce in gesti, in abitudini, in scelte?

Non ho una risposta sistematica, e diffido di chi ce l'ha. Ma ho alcune osservazioni che vengono dall'esperienza — mia e di persone che ho potuto osservare e con cui ho potuto pensare.

La prima cosa che ho notato è che la libertà di pensiero non è uno stato che si raggiunge una volta per tutte — è una pratica quotidiana, e come tutte le pratiche richiede esercizio, ripetizione, e una certa dose di ostinazione. Sottoporre ogni cosa a un bagno critico, come ho imparato a fare nel tempo, non è un'operazione che si esaurisce in un momento di illuminazione: è un abito mentale che si costruisce lentamente, attraverso anni di letture che non si leggono per confermare ciò che si pensa già, di conversazioni che si cercano non con chi ci dà ragione ma con chi ci costringe a ragionare, di domande che si tiene aperte anche quando sarebbe più comodo chiuderle. Non si tratta di cinismo sistematico — non bisogna dubitare di tutto, questa è solo un'altra forma di chiusura. Si tratta di non smettere mai di chiedersi: perché? A vantaggio di chi? Cosa si nasconde dietro questa evidenza che mi viene presentata come naturale?

La seconda cosa è il valore dello sguardo laterale — quello che viene, spesso, non dalla virtù ma dalla necessità. Chi per ragioni biografiche, fisiche, esistenziali si è trovato a percorrere strade diverse da quelle principali ha spesso sviluppato una capacità di vedere che chi ha camminato sempre sulle strade principali non ha avuto bisogno di sviluppare. Non è un privilegio — o almeno, non lo è nel senso ordinario del termine. È qualcosa che si paga con difficoltà reali, con esclusioni, con fatiche che gli altri non devono affrontare. Ma come effetto collaterale produce una prospettiva che vale la pena di riconoscere e coltivare, invece di considerarla solo un segno di ciò che manca.

La terza cosa — e qui sento molto la lezione di Weil — è l'importanza di costruirsi spazi sottratti alla logica della performance. Spazi in cui non si produce, non si esibisce, non si compete. La lettura lenta, quella che non serve a niente di immediatamente applicabile. Il silenzio, anche solo qualche minuto al giorno, come interruzione della catena degli stimoli. La conversazione vera, quella che non ha uno scopo prefissato e che può portare dove non si era previsto. La scrittura come pensiero, non come comunicazione — scrivere per capire cosa si pensa, non per dire agli altri cosa si pensa. Queste sono pratiche che il Panopticon non sa bene come gestire, perché non producono nulla di visibile e misurabile, perché sottraggono tempo ed energia alla logica della produttività senza generare nessun output che il sistema possa classificare e reintegrare.

La quarta cosa è la comunità. Non la rete di contatti, non il pubblico, non i follower — la comunità nel senso pieno e esigente del termine: un piccolo numero di persone con cui ci si conosce davvero, con cui si può pensare ad alta voce senza paura del giudizio, con cui si condivide qualcosa che va al di là degli interessi contingenti. Il Panopticon isola — non fisicamente, anzi ci mette in contatto con milioni di persone, ma in un modo che tende a trasformare ogni relazione in performance. La comunità vera è la resistenza a questo isolamento travestito da connessione.

E infine — e so che questa è la cosa più difficile da dire senza sembrare predicatori — c'è la questione del coraggio. Il coraggio di cui parla Foucault quando descrive la parrhesia, il dire-il-vero degli antichi: non la temerarietà, non la provocazione fine a se stessa, ma la disponibilità a dire ciò che si pensa davvero anche quando il costo sociale è reale, anche quando la norma spinge in direzione contraria, anche quando sarebbe molto più comodo tacere o adeguarsi. Questo coraggio non si improvvisa — si costruisce nel tempo, si allena come un muscolo, si rinforza ogni volta che lo si esercita anche in piccole cose.

 

 La crepa come porta

 

Siamo partiti da un gesto piccolo: quel momento in cui ci fermiamo prima di parlare, con l'occhio invisibile già dentro di noi. Foucault ci ha insegnato a riconoscerlo, e questo è già molto — perché ciò che non si vede non si può trasformare.

Ma accanto a quell'occhio addestrato e sorvegliante, c'è qualcos'altro. Chomsky ci dice che è nella nostra natura — in quella creatività irriducibile che nessun sistema di normalizzazione riesce a estirpare del tutto. Weil ci dice che è raggiungibile attraverso la pratica dell'attenzione, dello svuotamento, della sottrazione silenziosa. La mia esperienza mi dice che è anche il prodotto di anni di ostinazione, di sguardi laterali, di domande tenute aperte quando sarebbe stato più comodo chiuderle.

Non voglio concludere con un appello, con un programma, con la promessa che basti volerlo per essere liberi — sarebbe disonesto, oltre che ingenuo. Il Panopticon è reale, il potere è reale, le pressioni alla conformità sono reali e non spariscono per il semplice fatto di averle nominate. Ma le crepe sono reali anche loro. E le crepe, se le si abita con pazienza, se si impara a tenerle aperte giorno dopo giorno attraverso le piccole pratiche di cui ho parlato, diventano qualcosa di più di semplici incrinature nel sistema: diventano lo spazio in cui si vive davvero, lo spazio in cui si è — almeno un poco, almeno per qualche momento — qualcosa di diverso da ciò che il Panopticon aveva previsto per noi.

La prigione più potente non è quella di pietra. È quella che non riusciamo più a vedere. Ma anche le prigioni invisibili hanno le loro crepe. E le crepe, per chi ha imparato a cercarle, sono sempre una porta.